martedì, Febbraio 7, 2023
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“Dare voce al cuore” così S.E. Savino ai giornalisti nel giorno della loro festa

by Redazione
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“Dare voce al cuore”, la lettera che S.E.Mons. Francesco Savino ha inviato ai giornalisti nel giorno di San Francesco di Sales, Patrono dei giornalisti per la 57° Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali il cui tema è appunto “Parlare con il cuore”.

“Cari e care giornalisti e giornaliste, scrivervi è sempre una prima volta e, per questo, vorrei vi giunga tutto il mio entusiasmo nell’essere qui oggi a condividere, con voi, questi pensieri che sono per me occasione privilegiata di riflessione e di approfondimento ma anche una possibilità concreta di raggiungervi tutti e tutte.

Lo scorso anno vi aveva consegnato un “ascoltare con le orecchie del cuore”, due anni fa quel “vieni e vedi” ed oggi, dopo aver udito e dopo aver visto, è tempo di far sentire la vostra voce. La voce è volontà di dire e quindi di esistere e quindi di resistere e quindi di tracciare un ponte sonoro che mi unisca all’altro o altra attraverso un canale che rende qualcosa di invisibile un’esperienza concreta e condivisa, una materia che porta dal “qui” al sempre più lontano, che si appropria del mondo, che allevia e smarrisce, seduce e uccide, accarezza o scortica[1], la voce (e quindi la parola) è qualcosa in cui vibra l’intelligenza e che riunisce tutti i sensi”.

La vostra voce, amici e amiche giornalisti, è la parola, scritta, ricercata, amata odiata, sentita, insignificante e poliedrica. Quella stessa parola che rimbalza sui vostri articoli, che informa e deforma e trasforma quella parola che, in un certo senso, può essere il riflesso della Parola se raccontata e narrata col cuore.

Per parlare, scrivere e raccontare con il cuore, è necessario avere  infatti a cuore le sorti dell’uomo. Fu don Lorenzo Milani ad adottare il motto «I care», letteralmente «Mi importa, ho a cuore». Sarebbe bello che questa frase campeggiasse come frontespizio sulle vostre redazioni, ma soprattutto nelle vostre menti e nei vostri cuori.

Il buon giornalista deve essere come il Buon Samaritano, cioè la figura biblica del viaggiatore che si ferma a soccorrere il bisognoso. I giornalisti di un tempo, per trovare le notizie, consumavano le scarpe sulla strada, oggi si consumano gli occhi davanti ai monitor dei computer e per questo Papa Francesco vi ha esortato a tornare nelle strade, ormai sempre più ignorate per le ragioni più varie come la pigrizia, l’indifferenza e l’intolleranza, per tornare invece a narrazioni più vere, più aderenti alla realtà, dei suoi protagonisti e dei loro bisogni.

La chiave della buona comunicazione è l’attitudine del giornalista ad essere e farsi “prossimo”. Chi comunica si fa prossimo.

Ma per vedere, osservare e cercare di capire bisogna fermarsi. Questo vuol dire sottrarsi alla dittatura della fretta e abitare invece il tempo e lo spazio della riflessione, fare domande, perché il giornalista deve essere il custode delle notizie, al cui centro non ci sono la velocità nel darle e l’impatto sull’audience, ma le persone. Un giornalismo che scrive con il cuore si pone alla ricerca delle cause reali dei conflitti, una responsabilità che chiede di educarci continuamente al discernimento, alla verifica, all’approfondimento. E infine il giornalista, deve toccare e per toccare deve sporcarsi le mani, cioè scrivere con coraggio, anche o soprattutto, andando controcorrente. Non è facile, ma quello che dovrebbe guidarci sempre è la paziente anche se scomoda ricerca della verità che alla fine sempre viene alla luce. Ci sono tanti giornalisti che con umiltà e perseveranza non fanno una informazione di Palazzo.

Oggi c’è una sfida in più, che si afferma con forza per quelli che fanno informazione: la custodia dell’umanità. È una sfida che va a toccare la radici stesse della vita, della comunicazione della vita e di ciò che genera i rapporti sociali, che costruisce la comunità. L’informazione ben fatta, al servizio delle persone, popolare nel senso che serve alla gente, che serve al popolo e non se ne serve per altri fini, è un pane che dobbiamo sempre spezzare e dare a tutti.

La sfida del giornalismo che parla con il cuore e si fa costruttore di pace è dunque nella capacità di essere misura, metro, parametro, di fronte a tutto questo, di recuperare capacità di visione e di condivisione. Il giornalismo che parla con il cuore è un giornalismo nutrito di un uso responsabile delle parole.

Vi auguro di vedere sempre oltre, di ricercare in voi quella specialità che vi abita, di attraversare il deserto della vostra e dell’altrui invisibilità per dare un corpo a pensieri di senso, per ricercare sempre quell’essenziale… invisibile agli occhi”.

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